[No Tav] Lacrime agli occhi – passione e sensazioni dalla Valle in lotta

TESTIMONIANZE DI PERSONE PARTECIPANTI AL CORTEO NO TAV IN VAL DI SUSA DI DOMENICA 3 LUGLIO;

Lo sguardo rivolto all’insù ammira uno stupendo cielo stellato, mentre l’aria fresca della Valle ci accarezza e ci tiene svegli; abbiamo deciso di dormire all’aperto stanotte, non vogliamo che un’eventuale controllo della polizia porti gli agenti nelle case dei tanto ospitali e generosi Valsusini. Il pensiero vola al 2 luglio di sessantasette anni fa esatti, quando nazisti e fascisti rastrellarono l’area del Colle del Lys, Susa, Meana, Chiomonte e i paesi vicini, trucidando 26 partigiani e deportando in Germania tutti gli uomini tra i 15 e i 60 anni catturati. Altri tempi, altra drammaticità dello scontro, ma stessa storia di resistenza. Percorrendo la strada che conduce da Chiomonte alla frazione di Ramats, notiamo subito la tenacia e la determinazione degli abitanti della Valle: vigneti e orti ben curati si inerpicano lungo i pendii di una montagna tanto prospera quanto impervia e ostile. Non sappiamo come andrà la giornata di domani, ma tutti siamo un po’ tesi e consapevoli che sarà una grande esperienza di lotta; qualche compagno prova a riposare, qualcun’altro chiacchiera con gli abitanti del posto, altri ancora attendono gli ultimi ritardatari. Ci si stringe vicino nei sacchi a pelo, si mangia insieme un pezzo di cioccolata, si raccontano le proprie paure e le proprie speranze. A notte fonda, i ragazzi ancora svegli tendono l’orecchio e aguzzano la vista per capire se i mezzi che stanno salendo dalla centrale elettrica siano delle forze dell’ordine, oppure di altri compagni che sopraggiungo da tutta Italia dopo aver percorso centinaia di chilometri. E’ in quest’atmosfera carica di emozioni che, verso le cinque del mattino, gli ultimi compagni si addormentano.

Nonostante le poche ore di sonno, all’alba ci svegliamo carichi ed elettrizzati; alle nove, la piccola piazza antistante la chiesa dell’Immacolata Concezione di Ramats è un brulicare di persone: c’è chi organizza un punto di ristoro per i manifestanti, chi offre del caffè e del cibo, chi prepara le bottigliette di acqua e di maalox come antidoto ai gas CS, chi distribuisce le maschere antigas e le cartine della zona, chi fornisce indicazioni su come muoversi. Una signora del paese ci avvisa che le forze dell’ordine stanno svolgendo dei controlli nel bosco sottostante, e in effetti alcuni compagni, sopraggiunti sul luogo per verificare la notizia, vengono identificati e perquisiti. Verso le undici, un primo gruppo di diverse centinaia di manifestanti – sia valligiani che persone giunte dal resto d’Italia – si avventura tra i boschi e scende per i sentieri partigiani in direzione del cantiere. A metà strada incontriamo altri ragazzi e signori provenienti da Giaglione (da qui era partito un corteo di valligiani) e ci uniamo a loro; un altro gruppo, proveniente da Exilles e formato da circa millecinquecento manifestanti, ci raggiungerà nelle ore successive. Il primo contatto con le forze dell’ordine avviene al di fuori del perimetro recintato del cantiere, ed è il preludio di ciò che accadrà: cinque ore ininterrotte di battaglia, su quello che si scoprirà poi essere il fronte più duro degli scontri tra popolazione e polizia. E’ tra l’odore acre dei gas lacrimogeni, il lancio di pietre, le cariche delle forze dell’ordine e il contrattacco dei manifestanti che riesco a cogliere tutta la passione che muove i nostri corpi e il nostro spirito. In questa deriva tra i boschi valsusini percepisco gli stati d’animo dei manifestanti, le loro gioie e le loro paure: c’è chi non ha mai vissuto esperienze del genere e ha le gambe paralizzate dall’adrenalina, chi dispensa maalox in soluzione e limoni agli intossicati, chi soccorre i feriti, chi cerca di tranquillizzare i compagni in difficoltà, chi si preoccupa per gli amici, chi è rapido nello spegnere o nel rilanciare i candelotti dei lacrimogeni. E poi ci sono alcuni valligiani che, dalla cima di un masso, lanciano contro la polizia grossi bulloni con potenti fionde; ci sono i compagni stranieri, di cui non si capisce una parola ma con cui c’è subito un’ottima intesa; c’è un ragazzo, su un altro masso, che scaglia le pietre con una frombola, e che tanto mi ricorda un’altra lotta popolare, quella per la liberazione della Palestina; ci sono decine di manifestanti che sfondano la recinzione e irrompono nel cantiere, vengono respinti dalla polizia, irrompono di nuovo, e di nuovo vengono respinti; c’è chi dà tutto sé stesso per difendere la propria terra da uno stupro di Stato… Come in una perfetta alchimia, ognuno sa cosa fare e come muoversi, anche senza aver ricevuto disposizioni precise; questi boschi, che un tempo furono la casa dei partigiani antifascisti, sono ora il luogo da cui partono le nostre incursioni e il luogo in cui cerchiamo rifugio quando veniamo sopraffatti dalle forze dell’ordine. Dopo diverse ore ininterrotte di battaglia la mia mente vorrebbe proseguire, ma il fisico è esausto e decido quindi di risalire lungo i sentieri che conducono a Ramats. Giunto a metà strada mi arrampico su una roccia e da qui ammiro la splendida valle: nonostante si sentano ancora i rumori dello scontro e si vedano i fumi dei gas lacrimogeni (che ora salgono anche dall’area della centrale elettrica) provo uno strano senso di pace, e penso che quel cantiere, i bulldozer, le decine di camionette delle forze dell’ordine, le reti con il filo spinato siano un cancro che una montagna così selvaggia, e i suoi abitanti, riusciranno a debellare.

A Ramats l’atmosfera è rilassata. Bevo, mi rifocillo, chiacchiero con alcuni compagni che non sono riusciti a scendere nel bosco a causa dei gas lacrimogeni, e con altri che sono appena risaliti, esausti. Ci scambiamo le nostre impressioni: non sappiamo ancora che altri manifestanti, su tutti i fronti, hanno provato ad entrare nel cantiere, ma abbiamo ormai coscienza della grande giornata di lotta unitaria appena vissuta. Il basso e ripetuto volteggiare dell’elicottero sul piccolo paese è il preludio di ciò che avverrà da lì a pochi minuti: alcuni valligiani ci informano che sei – sette camionette della guardia di finanza stanno risalendo la strada dalla centrale elettrica. Mi guardo intorno, non scorgo volti conosciuti. Forse per istinto, forse perché tra quei monti mi sento a casa e la fiducia che ho nei Valsusini è immensa, ecco che mi ritrovo lungo un sentiero, tra persone – più o meno giovani – provenienti da tutta Italia, guidato da alcuni abitanti del posto. Attraversiamo dei piccolissimi paesi, incontrando anziani contadini che, con pazienza e devozione, coltivano un pezzetto di terra “rubato” alla montagna. Una signora nel suo orto ci fornisce preziose informazioni sul movimento delle truppe nemiche e sulla via più veloce per giungere ad Exilles; molti dei sentieri storici sono spariti, avvolti dai rovi – ci spiega – perché qui l’idea che lo Stato ha di “progresso” è un devastante tunnel di 57km nel ventre della montagna, e non la salvaguardia di un ecosistema e di un paesaggio unici. Appena riprendiamo il cammino sentiamo la signora esclamare: “Ragazzi, siamo con voi!”. Dopo ore di passione non avrei mai creduto di poter provare delle emozioni così forti e intense… non ho pianto per l’intera giornata, nonostante i gas irritanti, ma ora le lacrime solcano il mio viso. Arriviamo infine ad Exilles, e qui terminiamo una fantastica esperienza di lotta, di resistenza, di condivisione: perché i dolori alle gambe, le bruciature alle mani, gli occhi arrossati dai lacrimogeni, i lividi sul corpo con il tempo passano, ma la tenacia, la generosità e l’amore che ci hanno trasmesso i Valsusini resteranno per sempre nei nostri cuori.

No Tav!

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